Di lui hanno scritto...

Leonardo Sciascia, Vittorio Frosini, Alfonso Gatto, Aurelio Pes....

Leonardo Sciascia
Palermo 13 aprile 1972

A scorrere le raccolte di canti e proverbi siciliani, sembra incredibile che il mare, per un’isola che ha 1.039 chilometri di coste, sia un elemento quasi ignorato o tenacemente rimosso, fatta eccezione per i paragoni alla bellezza femminile (quando è sereno, quando fa specchio), alle passioni (quando è agitato); e per la visione di quando vi veleggiano i vascelli che portano grano alle città affamate; alle città del granaio d’Italia. Per il resto, il mare è amaro, chi ha roba sul mare ha niente, chi può andare per terra non vada per mare, costa piú il nolo che la mercanzia, chi naviga per mare solo pericoli può raccontare; e cosí via. Qualche avvertimento o prescrizione: mare grande pesci piccoli, chi pesca in fondo piglia pesci grossi, canna storta pesci porta; e una sola lode: il mare è ricco.
Questa avversione al mare, terragna, contadina è forse una delle principali ragioni per cui la Sicilia è come è. Il mare è ricco ma chi può deve starne lontano. E anche i paesi e le città che di necessità sono nati sul mare, súbito tentano di voltargli le spalle e di allontanarsene. La storia urbanistica di Palermo è in effetti la storia di una fuga, frenetica e confusa, dal mare. E di tanti altri centri. Soltanto Agrigento, che ha alle spalle cretosi strapiombi è andata orrendamente verso il mare: ma sempre creando, tra sé e il mare, una successione di sipari.
Maurilio Catalano, che pure è nato e vive allo Sperone, una contrada marina di Palermo, non deroga da questo sentire popolaresco. Nella sua dimestichezza col mare, anche da pescatore, e appassionato per giunta, c’è un fondo di terrore. Il suo mare è popolato di enormi balene (bianche, ma incidentalmente: nessun riferimento a quella di Melville) che inghiottono pescherecci e navi di linea, di polipi mostruosi, di foreste di coralli sensibili e voraci come piante carnivore. Vi avviene anche l’eterno e proverbiale dramma del pesce piccolo mangiato dal grande; ma è cosa di poco conto, a confronto del vivamaria che succede a bordo di una nave quando un polipo la incatena o i coralli se l’abbracciano o una balena se la crocchia come biscotto.
Il Viva Maria che si leva dai naviganti che stanno per finire, come Pinocchio nel ventre della balena, è un vivamaria: non cioè il grido della devozione, l’apice di una festa, ma il massimo della confusione, il punto in cui il mondo si rovescia. Non per lo scampato pericolo, la morte sfiorata, il miracolo, la salvezza del corpo e dell’anima, ma invece il nome di Maria si leva in lode e gloria perché il pericolo incombe, la morte è inevitabile, impossibile la salvezza; e insomma il miracolo appunto consiste nel perire. E morirono felici e contenti, o felici e contenti impazzirono: come in ogni fiaba che si rispetti e anche in questa, che sotto sotto è forse una fiaba ecologica, che Maurilio Catalano ci racconta parodiando mezzi, modi e moduli dell’arte popolare: della pittura su vetro, degli ex‾voto, delle figurazioni tra mistiche e superstiziose. Tutto è trascrizione ironica, e consapevolmente ironica, a volte diretta, a volte rovesciata, della cultura popolare di grado infimo: e ne vien fuori un curioso repertorio di songes drolatiques, tanto riflesso e introverso quanto all’apparenza è immediato, vivido, allegro.

Vittorio Frosini
Settembre 1988

Vi è però anche qualche ragione psicologica di fondo, che è data dallo spirito di rivolta contro una immobilità ancestrale, dal senso di liberazione dagli schemi convenzionali del sentire e dello stesso vivere, dal richiamo di un’esperienza nuova e piú aperta: giacché la Sicilia è ancora quella che s’intravvede nei quadri di Catalano, una terra assediata dal mare, una grande zattera d’un naufragio storico, facile preda dei mostri del potere, sempre in attesa d’un prodiglio per la sua rinascita ma popolata di ex‾voto a rovescio per le sue delusioni.

Alfonso Gatto
Roma, gennaio 1973

Come in una araldica della memoria, Maurilio espone i simboli della grande famiglia immaginativa in cui s’avvicendano pesci e velieri, battelli, cuori, stelle, cotillons di carnevale, in una parata marina che è dentro il colore, ipotesi e fragore di evento, getto continuo di continua germinazione.
Direi che la vitalità erompente è, nel timbro della bella fantasiosa pittura di Catalano, virtú certa e genuina, tale che la provocazione emotiva e visiva da cogliere súbito continua a muovere in noi la sua vibratile meraviglia, in oscillazioni sempre piú lente, verso la quiete finale in cui la pagina litografica viene a comporsi illesa, nel sigillo, nel registro, dei suoi estremi esiti.
Tutto è stato detto, pronunciato, e la forza dell’empito è rimasta come trattenuta in una desinenza delicata che è l’ultima grazia venuta a raccogliere l’incartamento.
Altre componenti letterarie culturali e poetiche agiscono nella scrittura e nel colore di Catalano. Non si scopre nulla indicandoli in una compiaciuta rarefazione di gusto visivo, nell’indulgenza per i simboli già di per sé significanti. Ma questo, non che togliere valore e naturalezza all’ispirazione, le assicura un meditato ripensamento, un tempo di elaborazione che è la stessa storia in travaglio del pittore, sorpreso dal proprio impero e tuttavia allenato a riceverlo.
Mi pare che siamo oltre gli indizi di una natura felice, per riconoscere a Maurilio le prove, le testimonianze, i fatti del suo essere pittore. Un viaggio nella felicità visiva e visionaria e nel singolare dizionario della pronuncia pittorica, nel racconto lungo, e ancora nell’intensa illuminazione nel segno e nel timbro del colore, è un viaggio che rischia o può rischiare l’immobilità: tra gli incanti e i pericoli della storia e del passato (le terre e i mari indicati dalle carte) e gli incanti e i pericoli delle terre vergini da incontrare e da scoprire (che sono in noi e nella nostra ansia di avvistarle). Ma il navigatore Maurilio, anni pochi, coraggio molto, col suo barocco marino ha da innalzare un tempio al pensiero di una bella giornata, a quel filo di brezza che gli indicherà sempre, a lume di naso e di baffo, il favore del vento. Direi che Catalano è pittore di respiro, di fiuto. Sa dove pescare. Legge sotto le acque i brividi dei grandi universi pittorici, da Braque a Mirò. Glieli indichiamo quali nomi di augurio. Di Braque, ancora, gli ricordiamo questo pensiero eracliteo: Nous n’aurons jamais de repos. Le présent est perpétuel. Sí, il presente è perpetuo.

Aurelio Pes
Palermo, Dicembre 2005

Esordisce bambino "correggendo un quadro del padre", il noto Eustachio. Poi persegue un suo cammino inventando tecniche e dando luce ai colori; Chi confonde l’arte con il tormentone, non avrà mai a cuore le opere di Maurilio Catalano, che invece nascono da una concezione positiva, e direi quasi ebrea dell’esistenza....Maurilio Catalano, quando la tecnica si piega alle voglie della fantasia.

A sinistra: Leonardo Sciascia e Maurilio Catalano                  A destra: Alfonso Gatto e Maurilio Catalano
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